Quanto conta il dialetto in una Serie TV?

Fiction, Serie Tv, Film che raccontano la malavita del nostro paese. Quanto conta il dialetto per renderle credibili?

Risponde Michele Socci – Regista pubblicitario

 

Gomorra, Romanzo Criminale, il Capo dei Capi. Storie raccontate attraverso il piccolo schermo, storie della nostra terra. Storie credibili. Ma quanto conta il dialetto per renderle vere? È possibile raccontare una storia di cronaca nera in fiorentino?

Dopo essermi visto le prime due puntate della seconda stagione di Gomorra – la serie, mi sono posto diversi interrogativi. Ma quanto conta il dialetto utilizzato in una serie tv (italiana) e soprattutto quanto incide il dialetto su un tema come la violenza, trattato dalle serie tv sopra citate? Potrà mai esistere un “romanzo criminale” in fiorentino?

A rispondere a questi interrogativi è la voce autorevole di un caro amico: Michele Socci, regista pubblicitario di Milano.

La risposta banale è questa: a livello geografico e storico questi esponenti del male diventano leggende. Non eroi. Nascono dove hanno preso vita, in sottoboschi culturali e periferici dove l’analfabetismo e l’ignoranza e quindi il non parlare Italiano corretto è una condizione contestuale.

Sollima, che è stato il primo con Romanzo Criminale, ha rispolverato questo utilizzo del dialetto, grezzo e cafone, e ha cambiato la chiave di lettura, da ironico l’ha convertito in un elemento importante per le sue Serie accostandolo a delle situazioni estremamente gravi e forti, perché dà profondità. È come se avesse dato una dimensione in più. Oltre ai costumi, la sceneggiatura, la fotografia, utilizzare il dialetto in quel modo dà ai personaggi in dimensione più profonda.

Però, secondo me, unire il dialetto alla mafia o al male non è direttamente proporzionale perché prima era usato nella comicità, Massimo Troisi, Totò.

Quindi credo che ci sia un nuovo stile, creato da lui, dove il dialetto è importante. Questo nuovo modo di raccontare le storie vuole essere reale. Gomorra sembra vero! Lo spettatore ci crede, sa che è una storia vera, quindi anche se è romanzata lo spettatore se ne frega, crede veramente che quei personaggi siano esistiti e che siano stati mossi da quei sentimenti ed emozioni che vengono raccontate nella serie.

Potrà mai esistere una “Gomorra” in fiorentino?

Il fiorentino è uno dei dialetti più “simpatici” ed “empatici”, a livello fonetico, che ci sono in Italia. È difficile incontrare una persona non toscana a cui non piace il Fiorentino o il Toscano. Ci sono diversi motivi, sia perché è una cantilena piacevole rispetto ad altri dialetti sia perché è comprensibile, ci sono solo consonanti, tonalità e accenti caratterizzanti, ma chiunque è in grado di comprenderlo. Se ci pensi, ci sono registi come Paolo Virzì che ha fondato la sua carriera raccontando di Livorno, con personaggi che sembrano strappati da lì. Michela Ramazzotti nell’ultimo film “La Pazza Gioia” parla un dialetto molto stretto. Ma il dialetto in Virzì è sotto un’altra accezione, che però è collegata sia alla comicità che a Sollima, ovvero di prendere qualcosa di reale, dal volgo, dalla zolla di terra, di andare in periferia e riprendere quello spaccato lì e quella “roba” li è vera. Secondo me è un’espressione del Neorealismo.

Concludo la mia arringa rispondendo alla domanda: può esistere un gomorra in fiorentino?

Non dipende dal dialetto. Dipende dalla storia che racconti e dipende se esiste un terrorista, un mostro fiorentino. E già ti rispondo: Pacciani. Pensi che Pacciani raccontato in fiorentino stretto da Sollima non faccia paura? Secondo me sì.

 

Ringrazio Michele per questa intervista.

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