“Glow” e il fascino femminista anni ’80. | Game of Series

Donne che lottano per emergere, donne che lottano tra loro per tradimenti personali, e che diventano lottatrici di wrestling per un programma televisivo di serie B. Sono questi i temi centrali di GLOW l’ultima fatica di Netflix uscita dalla mente creativa degli ideatori di Orange is The New Black e che trae ispirazione da una vera serie sul wrestling femminile andata in onda alla fine degli anni 80.

GLOW segue le scie di Orange is The New Black e mette al centro della storia un gruppo di donne che si ritrovano a coesistere e lottare per emergere non in una prigione questa volta, ma nella palestra dove verrà preparato lo show di wrestling femminile.

Come in Orange is The New Black, GLOW ha una ”falsa” protagonista, Ruth (Alison Brie) un’attrice squattrinata, ma in gamba che si ritrova a partecipare (più per disperazione che per creatività) a questo show dove dovrà interpretare una lottatrice di wrestling. Successivamente nella narrazione vengono inserite tutte le altre donne protagoniste di questo show per sottolineare il concetto di gruppo, unione e amicizia, il tutto nel bel mezzo dei magnifici e coloratissimi anni ’80.

Lo sfondo di quegli anni è fondamentale per capire il senso di GLOW: parliamo di un periodo dove il maschilismo la faceva da padrone, dove le donne dovevano stare a casa a badare ai figli, l’inclusione sociale tra razze non era ben vista, alle attrici bianche era permessa solo qualche piccola parte da fidanzata/moglie/segretaria, mentre alle attrici nere restavano i ruoli di criminale o stuntman (come si può vedere anche nello show con una delle protagoniste).

GLOW mette al centro della storia tutte queste donne e dà loro il ruolo di protagoniste in un mondo profondamente maschilista come quello della lotta, per fargli capire che “anche le donne possono farlo”. E allo stesso tempo si prende gioco di tutte le credenze di quegli anni; in un misto di razzismo, femminismo e stereotipi in modo tale da creare un mix di realtà e comedy, lo stesso tipo di mix che possiamo trovare anche in Orange is The New Black. Infatti le protagoniste, di diversa razza, estrazione sociale, persino la mora e la bionda, si ritrovano nella palestra ad allenarsi per capire i meccanismi del ring e della teatralità che ci sta dietro.

Chi si sarà trovato a vedere qualche incontro di wrestling saprà che oltre alle mosse spettacolari e alla lotta sul ring vi è tutta una preparazione dove i lottatori interpretano dei personaggi e cercano di dare un contesto a ciò che avverrà sul ring, di solito il “buono” contro il “cattivo”, che mira a far empatizzare e fidelizzare ancor di più gli spettatori con il loro lottatore preferito. Questa teatralità in GLOW viene aumentata con i ruoli che interpretano le lottatrici sul ring che sono soprattutto il risultato di stereotipi: l’indiana diventa la terrorista islamica, l’inglese la scienziata, la festaiola, le nere – una rapper e una matrona che vive alle spalle del governo – che atterrano nello scontro le due bianche indifese, per culminare nello scontro tipico da guerra fredda di quegli anni tra le amiche/nemiche Ruth vs. Debbie che diventano rispettivamente Russia vs. America.

Dalla storia personale di Ruth che è quella su cui si concentra maggiormente la narrazione ci si allarga poi al rapporto con le altre, alla lotta di queste donne per emergere, per avere più importanza sia nel mondo del lavoro sia in quello delle libertà personali, fino ad arrivare alla fine in cui le donne sono unite per raggiungere un obiettivo comune, verso qualcosa che è più grande di loro: la libertà e l’indipendenza.

Unica nota stonata è il poco spazio dato alle storie personali delle altre protagoniste: se in Orange is The New Black in ogni episodio abbiamo dei flashback che ci raccontano il background dei vari personaggi, qui ci si concentra più sulla vicenda di Ruth e della sua nemica/amica Debbie; le vicende delle altre sono meno analizzate nel dettaglio e lasciate un po’ sullo sfondo. Problema questo che forse verrà risolto con un eventuale seconda stagione.

La serie scorre molto velocemente grazie al tono leggero, alla storia coinvolgente e agli episodi da 30 minuti. Gli anni ’80, che ritornano in una serie Netflix dopo Stranger Things, vengono rappresentati alla grande sia nei costumi, nella colonna sonora, nei minimi particolari e soprattutto negli oggetti vintage come le videocassette, le cuffiette da walkman, l’agenda per i numeri telefonici, etc. Tutti elementi ormai scomparsi, ma che a qualcuno potrebbero far venire nostalgia del passato e che potrebbero fare di GLOW un nuovo piccolo cult targato ancora una volta Netflix.

 

Alessia Tamigi
[Twitter: @91tam_ale]

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